• Aprile 11, 2021

Il mio viaggio chirurgico in Venezuela.

DiClass Alfa

Gen 7, 2021

Il rischio più calcolato della mia vita.

In foto, l’autore dell’articolo.

13 settembre 2019.

Sono circa le 11 del mattino e il volo è arrivato con più di due ore di ritardo. Sto camminando nel tunnel che ti porta dall’aereo all’aeroporto e il caldo è insopportabile. Faccio pochi passi e mi accorgo che l’intero Aeroporto “La Chinita” di Maracaibo ha l’aria condizionata spenta, o più probabilmente fuori uso. Siamo circa una quarantina di persone, tutti venezuelani rifugiati in varie parti del continente americano, arrivati traballando con questo volo low cost di Venezolana de aviación, eccetto me.

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Durante le ultime settimane mi sono sentito staccato dalla realtà e con la mente annebbiata. Sapevo quello che stavo facendo ma in un certo senso non lo avevo ancora del tutto razionalizzato. L’arrivo all’aeroporto e la botta di caldo invece sembravano avermi fatto tornare con i piedi per terra, con le idee di nuovo chiare. Di colpo mi accorgo in modo lucido e razionale che sono appena arrivato in Venezuela per la prima volta nella mia vita per sottopormi ad un intervento di chirurgia maxillo facciale con un chirurgo mai visto prima e che starò per 24 giorni in uno dei paesi più pericolosi del mondo letteralmente nelle mani di una donna mai vista prima trovata di fretta su un sito di annunci venezuelano. Una follia lucidamente calcolata.

In poco tempo io e i miei compagni di volo arriviamo al controllo doganale. Ci mettiamo in fila e uno per uno gli espatriati esibiscono il loro documento. Un bentornato e un timbro. Avanti il prossimo.

Poi è il mio turno. Consegno il passaporto italiano con timbri di diversi paesi. La funzionaria del controllo si gira e passa il mio documento al soldato alle sue spalle. Mi mettono in attesa mentre fanno passare i pochi viaggiatori alle mie spalle. Resto solo con loro e mi chiedono il motivo del mio viaggio. Io dico candidamente la verità: <<Sono qui per un controllo medico, se tutto dovesse andare per il meglio verrò anche operato, ma non è sicuro>>. Mentre descrivo il motivo del mio viaggio estraggo la mia lastra e spiego, calcando la mano, il mio problema di salute.

La tizia mi dice che non posso entrare con un permesso semplice e avrei dovuto sollecitare una “visa multiple”. Io nego il fatto dicendo di aver chiesto all’Ambasciata Italiana, che tra l’altro è stata avvisata del mio viaggio. Forse ho fatto bingo. I due mi timbrano il passaporto e mi lasciano passare. Probabilmente sono stato semplicemente fortunato e se avessi trovato due stronzi oggi non sarei qui a scrivere questa pagina di diario.

Entro ufficialmente nello Stato Zulia, la provincia più Occidentale del Venezuela famosa per il petrolio. Le altre persone del volo mi chiedono subito come è andata, <<volevano toglierti i soldi>> esclama una bella donna con le tette rifatte residente in Florida. Poi mi deridono per il fatto di volermi operare in Venezuela. I venezuelani sono tutti un po’ strafottenti e presuntuosi.

Nel piccolo aeroporto non c’è un’anima oltre a noi e qualche funzionario. Siamo l’unico volo del giorno, nessun altro in entrata  e nessun altro in uscita. Ritiro la mia valigia in fretta e nel giro di pochi minuti tutti se ne vanno con i parenti che erano venuti a prenderli.

Mi avvicino all’uscita e cerco di riconoscere Ricardo, l’autista locale inviatomi in aeroporto dal chirurgo che mi opererà. Accendo il telefono ma non riconosce nessuna rete. Nessun rooming. Nessun messaggio di benvenuto da qualche compagnia telefonica locale. Ho il suo numero in rubrica ma non ho contanti. In realtà porto con me la bellezza di 5,500 dollari cash, ma non ci penso minimamente ad estrarre un fascio di preziosi dollari con gli occhi dei funzionari addosso.

Mi avvicino a un pingue signore, all’apparenza innocuo, e riesco a scroccare una telefonata. Ricardo se ne era andato per il ritardo del volo, ma mi assicura di non essere lontano. Dopo un’ora dalla mia chiamata arriva un macinino tutto scassato che accosta, dalla macchina esce un uomo distinto che riconosco subito perchè avevo una sua foto. È Ricardo. Subito mi sento sicuro. Se prima dovevo tenere gli occhi addosso a tutti, ora dovevo tenerli solo addosso a lui. Senza nemmeno darmi il tempo di spiegare due cose Ricardo inizia a parlare in modo tragico della situazione del paese. La cosa comica è che inizia con un <<non voglio spaventarti, ma….>> per poi iniziare a descrivere meticolosamente i pericoli ai quali mi sto esponendo, i numerosi turisti fatti a pezzi, le litigate all’ordine del giorno, il problema della benzina. Ricardo è un vecchio imprenditore locale che ora causa crisi passa 3 mesi l’anno negli Stati Uniti per fare qualche soldo. Con quello che guadagna lavorando come manovale in Georgia, dove vive il figlio, riesce a coprire le spese dei 9 mesi che passa in Venezuela. Mi dice di essere tornato in anticipo esclusivamente per me. Probabilmente legge sulla mia fronte scritto “coglione”. Dopo 40 minuti di strada tra semafori spenti e buche nell’asfalto di 3 metri di diametro per 50cm di profondità arriviamo a casa sua. Un trilocale molto raffinato in una zona che a quanto vedo e a quanto dice Ricardo era un barrio fino poco prima dell’arrivo del chavismo. Le cose sono cambiate molto in fretta, ma il suo appartamento resta di alto livello. La sua strategia di raggiro continua e inizia a demolire la mia idea di stare con una tizia mai vista prima in un quartiere a suo dire pericolosissimo. Mi spara la cifra di 500 dollari, secondo lui bassa, per ospitarmi a casa sua e farmi da autista. Tutto compreso. Un affare. Gli dico di no, alterato dal Ron Casique bevuto nel suo salotto a stomaco vuoto e andiamo da Wendy, l’affitta camere che mi aspettava. Wendy mi accoglie con un sorriso che sembra sincero, è la classica donna latina di mezz’età con un figlio fatto con chissà chi e una vita caotica ma felice. Qualche settimana prima l’avevo messa alla prova chiedendole come potevo separare la mia stanza. Alla mia offerta di mandarle dei soldi aveva rifiutato, passando il mio test.

Decido di restare. Il raffinato venezuelano Ricardo se ne va con la coda tra le gambe e io mi sistemo in camera scambiando due chiacchiere con Wendy, che ogni tanto si piega mostrando due seni molto invitanti e prosperosi. Le consegno la cifra pattuita più un deposito, che mai chiederò indietro, 50 dollari in totale per oltre tre settimane. Questo è un affare, altro che il trilocale nel barrio fino.

Qualche giorno dopo sono già operativo con un’utenza di telefonia locale, procurata da Wendy, e Ricardo mi passa a prendere. Arrivo nella clinica dove il dottore ha il suo studio a fianco a quello di sua moglie, una rinomata dentista. il dr. Dubines R. mi accoglie in modo molto caloroso ma professionale e dai primi scambi mi fa capire di essere molto competente. Estraggo un pacco di 5 fogli stampati in cui ho messo per iscritto tutte le mie aspettative dall’operazione, problemi e risultati sperati. Il dottore sorride, poi legge con curiosità. Mi fa delle foto e prende tutte le misure del caso, poi cerca di alzare il prezzo all’ultimo. Sebbene sia un professionista rinomato e affidabile è sempre un affabulatore venezuelano con la truffa nel sangue, cosa che qualche giorno dopo avrei confermato dalle foto rubate ad altri chirurghi pubblicate sul suo profilo Instagram. Chiudiamo sul prezzo stabilito a distanza e consegno i primi due mila dollari in contanti. Altra inculata schivata.

Dopo qualche giorno mi richiama e mi dice di aver deciso gli spostamenti ossei dopo una riunione con i colleghi per discutere il mio caso. Lo rivedo e saldo il prezzo dell’operazione con altri duemila dollari. Il dottore è reduce da un’operazione simile alla mia eseguita su una ragazza, mi liquida con un: <<ci vediamo martedì>>.

I giorni prima dell’operazione passano molto lentamente. Mi rado accuratamente la testa e il volto l’ultima sera. La mattina dell’intervento sono in piedi alle 5 pronto per rischiare la vita.

Ricardo mi passa a prendere e firma come se fosse mio zio  per questioni di formalità. Mi dirigo nella saletta d’attesa, mi spoglio e un’infermiera inizia a posizionarmi sulla vena del bicipite destro una sonda attraverso la quale mi saranno iniettati farmaci e anestetico. Sono circa le 8:00 del mattino e Il dottore entra in stanza insieme al suo storico collaboratore, Carlos C., un altro chirurgo maxillo facciale esperto. I due discutono di me come se non ci fossi, e Carlos sottolinea l’importanza dell’impattazione del mascellare superiore nel mio caso. Sono felice. Dubines mi aveva detto chiaramente che pensava di fare solo un avanzamento del mento e avrebbe valutato bene la possibilità di impattare o meno.

Mi sposto da un lettino all’altro, e poi ancora sul lettino della sala operatoria. Sono confuso, felice, non molto spaventato, e nel movimento scopro lo scroto davanti ad una bellissima infermiera bionda e giovane. Non posso farmi scappare l’occasione di fare il maniaco, non capita tutti i giorni di avere la licenza di paziente. La tipa, molto professionalmente, mi chiude di nuovo il grembiule e mi aiuta a posizionarmi. La sala operatoria è tutta bianca e sopra di me vedo numerosi fari molto potenti che emanano una luce forte e asettica. Da lontano, cantando e ballando, si avvicina l’anestesista. Un omone molto simpatico con due graziosi baffetti che mi dice subito come i colleghi abbiano fatto riferimento alle mie competenze chirurgiche, <<sono molti anni che preparo questo giorno dottore>> dico in tono deciso.

Mi inizia a sparare in vena l’anestetico, mentre su un tavolino di fianco la squadra di medici armeggia con gli attrezzi. <<ora ti chiedo di fare cinque respiri profondi>> mi dice l’anestesista, ma io onestamente ricordo di averne fatti solo due. Cado in anestesia, e l’ultima cosa che ricordo è Dubines dire con tono scocciato <<le labbra, datemi qualcosa per le labbra>>. Immagino stesse cercando della crema da applicarmi sulle labbra prima di ficcarmi letteralmente le mani in bocca, evitando di rompermi la pelle.

Ricordo bene il mio risveglio. Appena capito di essermi risvegliato faccio un respiro di sollievo. Non sono crepato. La mia partita non è ancora conclusa. Tiro fuori la mano destra e mi tocco la faccia, totalmente insensibile e anestetizzata. Poi posiziono l’indice tra gli occhi, sulla radice del naso, e con il pollice vado a cercare gli incisivi. Non c’è spazio a dubbi, ho il midface sensibilmente più corto. Sono stato impattato. Altro respiro di sollievo. Esco dalla saletta spinto da una vecchia infermiera, lì fuori ad aspettarmi “mio zio Ricardo”. Non dimenticherò mai il volto di quel vecchio bastardo quando mi ha visto, devastato da quattro ore di delicata operazione sul mio viso. È letteralmente sbiancato.

Arrivo in stanza e mi mettono a letto. Non sono del tutto lucido, ma mi sento molto meglio. Facendo molta attenzione, e con l’aiuto di mio zio, vado in bagno e per la prima volta mi rivedo. L’impatto è fortissimo, non mi riconosco. Occhi allungati, labbra gonfie e il naso incredibilmente all’insù. Gli zigomi, non toccati dall’operazione, sono curiosamente più evidenti e sporgenti. Li tocco, non sono gonfi, sono proprio più evidenti.

Le 72 ore successive all’operazione sono molto dure e le infermiere vengono ogni otto ore a spararmi in vena l’antidolorifico, che a volte richiedo un paio d’ore dopo. Mi fa male la faccia ovviamente, a volte anche molto. E sono del tutto insensibile dagli occhi al sotto mento. Nessun componente della mia famiglia è stato avvisato, e sono senza giga sul cellulare. Da diversi giorni senza comunicare con nessuno, concentrato soltanto sulla mia vita.

Ritorno da Wendy che, come Ricardo, resta abbastanza sconvolta quando mi rivede. È molto disponibile e mi aiuta con la mia dieta liquida per i giorni che mi restano. Alla visita post operazione il dottore è molto soddisfatto e mi dice che i risultati estetici hanno superato le aspettative. Dovrò mangiare liquido per 10 settimane, e morbido per almeno 4 mesi. Non avrò il medico vicino e quindi dovrò contare solo su me stesso per curare il mio recupero e la mia dieta.

Dopo qualche giorno inizio ad uscire a passeggiare nel quartiere popolare dove mi trovo, le persone mi guardano stranito, sembro un transessuale con le labbra piene di botox. Ma me ne frego, me ne strafotto, perchè so che tutta questa fatica avrà un senso domani. Il quartiere non mi sembra molto pericoloso, ma preferisco evitare ogni rischio e quindi esco solo durante le ore di luce e mai dopo le 18:00. Il centro commerciale Galerias Mall, enorme e spazioso, ha almeno il 60% dei locali vuoti. Spettrale.

Mi limito quasi a leggere e a riposare. Perdo peso molto in fretta e al mio ritorno a casa sono 51kg.

Non lavoro. Non faccio niente. Non ci sono per nessuno. Vivo di brodo e omogeneizzati comprati a pacchi prima di partire. Mantengo il mio viso rasato finalmente, dopo anni di barba lunga, e mi posso vedere allo specchio con occhi sereni. L’antico vizio di guardare la mia immagine in ogni specchio disponibile, le vetrine dei negozi, le carrozzerie delle auto, le pozzanghere, è ora diventato un vezzo. Non riesco a fare a meno di notare quanto sia migliorato tutto. Compro una bilancia e mi impegno per riprendere peso. Mi alleno a casa, mangio di più, e inizio ad uscire di nuovo con calma, con il viso gonfio, per riprendere a vivere e tornare nel mondo, con un viso nuovo.

Il mio folle viaggio in Venezuela mi è costato circa 5,500 dollari tra biglietto, operazione, farmaci e logistica. Ho iniziato a parlare con il dottore 10 mesi prima dell’operazione e a conti fatti sono molto contento della mia scelta. Si è rivelato un ottimo professionista e ho potuto operarmi senza spendere le cifre folli che avrei speso altrove. Nessuno infatti mi voleva operare per meno di diecimila dollari. Non credo di tornare più in quel paese alla deriva, davvero non ha nulla da offrire, tutto è in stato di abbandono, fatiscente, triste. Mi restano i ricordi, e soprattutto la certezza che con volontà e sangue freddo possiamo fare molto per cambiare la nostra vita, contro tutto e tutti coloro che invece ci vorrebbero vedere affondare nella mediocrità e nella depressione.

So di aver rischiato la vita, ma ora do alla mia vita un valore maggiore, perchè la considero più degna di essere vissuta.

Class Alfa

Appassionato di miglioramento personale. Esperto di chirurgia plastica e maxillofacciale, sociologia e gestione di micro impresa.

3 commenti su “Il mio viaggio chirurgico in Venezuela.”
  1. Non capisco se lo scopo del blog è di convincere che si può diventare Alfa (il che sarebbe molto bluepill). Alfa si nasce.

    In merito alle tue operazioni, sarei curioso di sapere quanto hai scopato prima e quanto dopo. Magari anche un’autovalutazione pre e post aiuterebbe i lettori del blog.

    1. Lo scopo del blog è aiutare, raccontare esperienze personali e condividere consigli. Alfa è un concetto teorico, un archetipo che serve come spunto per analizzare cosa eravamo e cosa siamo diventati in quanto uomini. Se pensi che Alfa e Beta siano concetti rigidi e che in giro per le strade ci siano veramente i “Chad” e i “Virgin” delle vignette il bluepillato sei tu. Non confondere teoria e pratica.

      Le operazioni mi hanno portato un aumento del successo con l’altro sesso come quantità, la qualità delle ragazze è aumentata di un buon punto estetico, e anche il modo in cui si rapportano a me, la facilità con cui si concedono ecc. Nei tre mesi successivi all’operazione a cui ci riferiamo ho fatto tre scopate free, di cui una al primo appuntamento. Ho anche vissuto un’esperienza di sesso a 3 con due ragazze, che racconterò in futuro, inpensabile anche solo un paio di anni fa. La chirurgia plastica, con il giusto assetto mentale, ti cambia la vita. L’autovalutazione lascia il tempo che trova, posterò foto a tempo debito.

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